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marina fransos L’amica Marina

Insieme a tanti altri amici sto partecipando al Memorial Fransos ed ho visto tanti giovanissimi.
Loro non sanno chi era Marina Fransos e sarà il caso che qualcuno gliela racconti, altrimenti sembrerà loro di fare uno dei mille tornei di cui è infestata la piazza.
Marina l’ho conosciuta una trentina di anni fa. Eravamo tutti e due appena usciti dall’università e lei, appena approdata a Roma da Torino,  si occupava di una cosa strana (almeno strana apparve a me, quando me la raccontò): faceva l’assiriologa.   Mi colpì il suo mestiere che più di un mestiere (nessuno la pagava per stare mesi ad Ebla con le mani nel deserto) mi apparve una fantasia e mi colpì la sua risata. Lei rideva non solo con il viso ma con tutto il resto del corpo. Era una risata sonora ma non chiassosa, totale ma non invadente, coinvolgente ma riservata al tempo stesso. Come quasi tutti coloro che hanno grandi amori e su quelli basano il loro futuro, anche Marina si accorse presto che di assiriologia non si poteva vivere e passò a più miti consigli. Si impiegò in un posto qualunque, ennesima testa non sfruttata dal sistema, ed incominciò a vivere una vita qualunque. Ma lei la vita l’aveva dentro, non c’era bisogno del deserto o degli assiro-babilonesi, e presto si convinse (credo) che la vita è bella indipendentemente da quello che fai. Approdò a casa nostra perché entrambi avevamo problemi di locazione: io vivevo con la mia famiglia in un attico di 400 metri quadri che costava una pillola, lei faticava a trovarlo, un posto dove vivere. Decidemmo quindi di dividerci i problemi e di aiutarci a risolverli vicendevolmente: occupò un ala del nostro quinto piano e per anni dividemmo notti e giorni. Di quel periodo ricordo la sua discrezione: l’ospite puzza, recita la vox populi, ma di lei ci si accorgeva a stento se non per la carineria e l’affetto che dimostrava a noi e alle nostre piccole figlie. Divenne in poco tempo parte della famiglia, parte integrante nei pranzi, nelle cene e nelle numerose occasioni in cui ospiti, attesi ed inattesi, invadevano quei 400 metri quadri.
Per una scelta di amore, come è giusto, decise successivamente  di andare a vivere altrove e la persi di vista per un po’, cercandola (come si fa con gli amici veri) quando avevo bisogno di conforto e di confronto. Le sue opinioni, pacate e di grande buon senso, attenuavano i miei impeti e la mia irruenza, erano un freno di cui avevo dannatamente bisogno.
Non ne seppi più nulla per mesi fin quando, ad una assemblea della Federazione, seppi che era malata di leucemia e che si stava sottoponendo a delle cure lunghe e pesantissime.
La trovai in ospedale, attorniata da tanti amici, sorridente come al solito e incredibilmente piena di vita. Venne a vivere il suo ultimo anno di vita di nuovo a casa nostra, stavolta un piccolo appartamento a due passi da San Pietro e si accucciò lì, con la solita discrezione. La accompagnavo in ospedale, la mattina alle sette, e quel lungo tragitto serviva non già per parlare delle ansie e delle paure legate a quella maledetta malattia, ma per ricordare le vacanze, i campionati vinti e persi, le nostre figlie che erano state in parte anche sue per un tragitto di vita. La sua voglia di vivere l’ha accompagnata fino all’ultimo, persino quando tutti (lei compresa) si erano arresi...

Riccardo Vandoni

 

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