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Ma il cielo è sempre più blu

Giovanni Donati

Questo non è un articolo di cronaca anche se in qualche modo riguarda l’attualità perché il fatto sussiste, eccome: la Nazionale Italiana di Bridge ha disputato i Campionati del Mondo (Bermuda Bowl) a Marrakech, dal 20 agosto al 2 settembre 2023, conquistando la medaglia di bronzo.

In uno sport bello e appassionante, ma, ad alti livelli, difficile e sfibrante come il Bridge, la squadra tricolore (Versace, Sementa, Manno, Di Franco, Percario, Donati) è riuscita a ritornare sul podio della Bermuda, pur limitandosi al terzo gradino, dopo aver salito quello più alto dieci anni fa a Bali (dove, con gli stessi Versace e Sementa, giocavano Lauria, Bocchi, Duboin e Madala).

Chi scrive ha vissuto intensamente, seppure a distanza, tutta l’avventura marocchina per il semplice fatto che porta su di sé il peso e la responsabilità di avere introdotto al Bridge il proprio figlio Giovanni Donati, diventato uno dei sei “sbandieratori” azzurri in terra africana.

CHE NE SAI TU DI UN CAMPO DI GRANO?
Nel giorno dei festeggiamenti, però, mi piace sottolineare che la sua crescita umana e bridgistica non è avvenuta in mezzo alla bambagia. Forse chi lo conosce bene penserà che io esageri, eppure non tutti i fenomeni mantengono le promesse. Quando ha cominciato a farsi conoscere, all’età di dieci anni, sono stato ricoperto di raccomandazioni affinché fossi attento e prudente nel curare la sua crescita senza che si dissolvesse il talento, evitando che questa “carriera” arenasse i sogni di un bambino diventando un percorso accidentato, piuttosto che una strada gioiosa.

Mi fu facile ascoltare quei consigli anche perché erano le mie stesse linee guida nell’educazione dei figli (diciamo che ero già allenato). E così gli anni sono passati con la sola preoccupazione di sostenerlo e di arginarlo senza mai spingerlo, affinché non ruzzolasse rovinosamente dal suo tapis roulant.

Il risultato, quindici anni dopo, è sotto gli occhi di tutti, ma quanto lavoro si nasconde dietro questa crescita! Innanzitutto l’ascolto dei suoi maestri – pericoloso citarli tutti perché sicuramente farei torto a qualcuno – che significa dare fiducia e sperimentare. Giudicare, cadere e rialzarsi. E poi lo studio, continuo, ossessivo, un po’ maniacale… Ah, se la cellulosa potesse parlare! I libri della Mursia smangiucchiati, gli annali di Bridge d’Italia sfibrati, le mille mani analizzate, le licite critiche ripassate, gli attacchi studiati e ristudiati. Campioncini si nasce, ma campioni si diventa.

LO ZIO E LA ZIA
I frutti si raccolgono nelle parole di Alfredo Versace (“Nato per giocare a Bridge, un talento pazzesco”), di Norberto Bocchi (“Un giocatore con una tecnica di primissimo livello, con un dono di Dio per il Bridge che raramente ho visto, sempre amabile e disponibile fa sì che non solo noi italiani lo apprezziamo, ma lo sia in tutti gli angoli del mondo”) e di Lorenzo Lauria (“Quando ho ho fatto coppia con lui, purtroppo poche volte, mi sono divertito molto. Un giorno, per comunicargli la voglia ed il piacere che avrei ricevuto giocando assieme a lui, gli ho detto che essendo ‘sposato’ con Alfredo, l’avrei adottato volentieri come amante”).

Il giorno dell’ultimo incontro di Marrakech, quello che ha visto l’Italia battere la squadra statunitense, Mark Horton e Zia Mahmood dedicano un articolo a Giovanni, chiamandolo lo Stallone Italiano. Zia, che “subisce un colpo da KO da lui in stile Rocky Balboa”, dice che “gli azzurri presentano una squadra che è un misto di esperienza e gioventù”; descrive “Giovanni Donati come un talento raro” e gli dà simpaticamente del “mafioso perché riesce a trovare stratagemmi per uccidere qualsiasi avversario”. Così lo Zio (soprannome che gli ha affidato Versace perché lo sentiva sempre parlare dei suoi nipotini) ha contribuito a sconfiggere Zia (Mahmood, leggenda del Bridge mondiale) e si è legato al collo quella bella medaglia bronzea, che al sole del deserto marocchino, riluce come l’oro.

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